Il lavoro a distanza e la sua “scoperta” in tempi di coronavirus. L’auspicio dell’affermarsi di un passaggio epocale nell’organizzazione del lavoro in Italia, che può garantire migliori condizioni ambientali e risparmi energetici

In questi giorni, le abitazioni di molti italiani e altrettante italiane si stanno trasformando in luoghi di lavoro. L’emergenza COVID-19 ha riportato in evidenza le opportunità che possono offrire le nuove forme di lavoro a distanza basate sulla connessione in rete. Queste modalità di lavoro, per retaggi e resistenze legati soprattutto al modo di concepire l’organizzazione del lavoro e il suo controllo, hanno tardato e tardano ancora ad affermarsi nel nostro paese a differenza di quanto avviene già da anni in altri contesti europei e mondiali.
In effetti, oltre a permettere una migliore qualità della vita quotidiana del dipendente, grazie soprattutto a una più facile conciliazione tra bisogni personali e/o familiari con quelli lavorativi, il telelavoro o il lavoro agile (“smart working”), consentono benefici concreti per tutta la comunità. Infatti, da uno studio ENEA pubblicato lo scorso anno, si evince come basterebbe un solo giorno a settimana di smart working per tre quarti dei lavoratori pubblici e privati per ottenere una riduzione di 950 tonnellate di utilizzo dei combustibili fossili, risparmiando così l’emissione di 2,8 milioni di tonnellate di CO2, 550 tonnellate di polveri sottili e 8mila tonnellate di ossidi di azoto.

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