Sen, il prezzo della decarbonizzazione

Sen, il prezzo della decarbonizzazione

(Staffetta Quotidiana) – Di Luigi De Paoli - Stop al carbone senza investimenti extra né stranded cost Finalmente, dopo tanta attesa, è uscito il documento di consultazione della “SEN 2017”. Qualcuno dirà, come è già stato osservato, che è troppo tardi visto che ci sono pochi mesi prima della fine di questa legislatura ( dando per acquisito che finisca alla sua scadenza naturale) e quindi che sarà ben difficile tradurre in decisioni concrete gli indirizzi che la SEN formula. Qualcun altro dirà che comunque si tratta di un documento ininfluente perchéè, guardando al passato, i piani o le strategie energetiche governative sono stati ben distanti dal reale andamento della domanda e dell'offerta di energia.  Altri ancora obietteranno che non c'era nessun obbligo giuridico né impegno programmatico del Governo a varare una SEN (Gentiloni non ha menzionato alcuna SEN tra i suoi impegni quando ha chiesto la fiducia in Parlamento), mentre invece si sa già, come la stessa SEN ricorda (p. 9), che a inizio 2018 “l'Italia dovrà presentare la prima versione del Piano Nazionale Energia e Clima” per ottemperare al Clean Energy package europeo. Si tratta senz'altro di obiezioni almeno in parte condivisibili, ma per quanto ci riguarda ribadiamo che un documento che unisce una visione di medio-lungo termine (il 2030) all'indicazione di un insieme di strumenti che si vogliono mettere in campo ci sembra sempre utile. Senza visione non si sa dove si vuole andare e senza indicazione degli strumenti non si sa come andarci. Tra l'altro questa SEN si presenta come “documento di consultazione” e quindi può essere ancora più utile, naturalmente a condizione che si voglia e si sappia ascoltare criticamente i commenti che si riceveranno. Difendere la pubblicazione di un documento non significa certo difenderne tutti i contenuti. Peraltro, quando si “consulta”, vuol dire che ci si aspetta sia plausi che suggerimenti di modifiche o integrazioni. Trattandosi di un documento di politica energetica troppo ampio per essere esaminato in un breve articolo, qui ci limiteremo a qualche osservazione sul tema della decarbonizzazione. In apertura del documento i due ministri, Calenda e Galletti, ricordano che fin dal 1995 (ma non dal 1990 come erroneamente qualcuno ha fatto scrivere ai due Ministri) l'Unione Europea ha indicato che i tre obiettivi della sua politica energetica sono: la competitività, la sicurezza delle forniture e la protezione dell'ambiente. Nel libro verde del 1995 la protezione ambientale non era sinonimo di “decarbonizzazione”, ma già allora il tema del controllo delle emissioni della CO2 era enunciato per giustificare iniziative precauzionali basate sul principio del no-regret. Oggi sia l'uso del principio di precauzione che la promozione di misure no-regret (in primis l'efficienza energetica e le rinnovabili) si sono rivelati pienamente giustificati e, Trump a parte, costituiscono la base delle politiche energetiche nella maggior parte dei paesi a livello mondiale. Va quindi espresso un plauso alla SEN 2017 che ci consegna una visione non ambigua della strategia a lungo termine condividendo in pieno la posizione europea. L'orientamento è chiaro: siamo in marcia verso la decarbonizzazione, anche se i tempi e i modi possono essere soggetti a discussione. Naturalmente gli strumenti chiave per decarbonizzare la fornitura di energia rimangono l'efficienza energetica e lo sviluppo delle rinnovabili a cui la SEN, a nostro parere giustamente, affianca un maggior uso del gas naturale come combustibile ponte. Nessun accenno al nucleare (la parola è bandita dal vocabolario italiano) e alla CCS (carbon capture and storage). Ma ciò che merita qui un commento è che, per la prima volta, c'è in intero (seppur breve) capitolo dedicato al “phase out accelerato” del carbone nella produzione elettrica. La SEN ricorda anzitutto la situazione italiana di partenza: ci sono oggi circa 8 GW a carbone installati che producono ca il 15% dell'elettricità. Delle otto centrali in funzione tre saranno chiuse definitivamente nei prossimi 10 anni perché vetuste (Fusina, La Spezia, Monfalcone) mentre una è un impianto molto piccolo (70 MW) che serve anche il teleriscaldamento di Brescia. In uno “scenario inerziale” al 2030 vi sarebbero dunque in funzione circa 6 GW. La SEN però aggiunge altri due scenari possibili. Lo scenario “parziale”  prevede anche la chiusura della centrale di Brindisi Sud che con i suoi 2640 MW lordi è la più grande centrale a carbone italiana ed una delle maggiori in Europa. Le scenario denominato “completo” prevede invece la chiusura al 2030 anche delle restanti tre centrali (Torrevaldaliga, Fiumesanto e Sulcis). Se tutta la produzione attuale a carbone venisse sostituita con impianti a gas a ciclo combinato, si potrebbero risparmiare emissioni per almeno 20 milioni di tonnellate di CO2: si tratterebbe di un risparmio del 4-5% delle emissioni totali dell'Italia (443 MtCo2-eq nel 2015), cioè di un valore ridotto ma significativo. La SEN però non prende una posizione netta su quale scenario prediliga mentre accenna ad alcune prospettive legate ai tre scenari che ci sembrano discutibili. Lo “scenario inerziale” del carbone viene associato nei costi che comporterebbe a quello dello “scenario 50% di rinnovabili” nella produzione elettrica al 2030 e attribuisce all'insieme dei due la necessità di investimenti per 16,8-19,1 miliardi. Questa associazione ci sembra impropria e troppo finalizzata a giustificare investimenti aggiuntivi. Stentiamo a credere che la chiusura di 2000 MW a carbone vecchi richieda la realizzazione di 1000 MW nuovi di impianti CCGT e contribuisca in modo significativo alla necessità di rafforzare la rete elettrica. Lo stesso dicasi nello scenario di chiusura totale degli impianti a carbone che vedrebbe ad esempio la necessità di realizzare un nuovo cavo da 1000 MW e un gruppo da 400 GW a gas in Sardegna. Ma ancora più preoccupante è il cenno al fatto che “a fronte di una cessazione forzata” della produzione ci sarebbe “presumibilmente” la necessità di riconoscere stranded cost per il recupero dei costi non ammortizzati (una riedizione di quanto successo per la chiusura degli impianti nucleari). Se si crede che la strategia della decarbonizzazione richieda di operare in modo razionale riducendo le emissioni di CO2 dove costa meno, il segnale che il Governo dovrebbe impegnarsi a dare è un prezzo via via crescente per chi emette CO2. Abbiamo sostenuto più volte assieme a molti altri (ci sia consentito citare il nostro ultimo articolo su EPEE: The EU ETS: For an effective and viable reform) la necessità che il prezzo dei permessi di emissione dell'ETS europeo abbia un floor e un cap noti in anticipo in modo da dare il tempo a tutti gli attori di adattarsi. Il floor poi dovrebbe essere crescente e orientato a rendere non conveniente la produzione elettrica da carbone senza CCS rispetto a quella delle centrali a gas a ciclo combinato. Così facendo non ci sarebbe nessun stranded cost rivendicabile dall'Enel (oggi il terzo emettitore di CO2 in Europa) o da altri. Ma soprattutto l'Italia, supportando credibilmente questa posizione già proposta da altri paesi (la Francia nel 2016) in seno all'UE, mostrerebbe che per la politica di decarbonizzazione è tempo di fare di più in tutta Europa e di farlo in modo razionale.